SENSAZIONI SENEGAL

Il primo contatto con questo popolo è avvenuto durante il volo da Milano Malpensa. Mai lo avrei immaginato, e invece tra pisolini e turbolenti risvegli mi sono trovata immersa nel bel mezzo di un salotto senegalese. La signora accanto a me, che indossava un abito color giallo cangiante, reagiva con grasse risate alle battute dell’amica, o forse appena conoscente, seduta al di là del corridoio. Il trentenne seduto davanti rispondeva e si tornava a ridere e chiacchierare, dalla fila 13 alla 17, come se tutti si conoscessero già. Erano semplicemente amis de avion di ritorno nella loro terra natale, il Senegal.

Appena arrivati siamo andati a casa di Ibou, il presidente di Comme Nous Senegal. Musulmano, con due mogli e diversi figli apparsi tra un té e una merenda a base di mango, Ibou è ormai per Comme Nous una presenza costante. Mi sono presentata come componente di AICU (Associazione Italiana Carlo Urbani) che a partire dagli ultimi anni ha scelto di sostenere progetti sociosanitari ed educativi in Senegal. Ibou conosceva AICU anche grazie a Luca Urbani, che poco prima della pandemia da Sars-Cov-2 era arrivato fin qui per una missione congiunta, come quella che mi apprestavo a svolgere anche io.

Anche Boniface, fedele autista dell’associazione, conosceva AICU (il suo SUV ne portava orgogliosamente il nome sulla targa, essendo stato donato dalle due associazioni insieme) mi ha intrattenuta tra mille chiacchiere sul Governo e sul calcio senegalese, il commercio di gas tra Mali e Senegal e la qualità esagerata dei manghi di Casamance. Diceva che siamo in stagione, e così diventa facile percorrere una strada costellata di banchetti di mango, pompelmo e angurie, a gestione rigorosamente matriarcale.
Arrivati ad un certo punto, ci si comincia a chiedere perché nei negozi di una città come Mbour, abitata da senegalesi notoriamente neri, ci siano manichini bianchi. È buffo almeno quanto fuori luogo.
A metà della missione abbiamo affrontato una lunghissima route circondati da baobab dalle dimensioni indescrivibili e dromedari provenienti dalla Mauritania. Dopo tre ore di viaggio su asfalto e pista, siamo arrivati finalmente a Koutal, dove abbiamo incontrato il medico e l’infermiera che gestiscono il dispensario. Il primo ospedale è a trenta chilometri di distanza, dicevano. L’ambulanza funziona, i bagni sono appena stati ristrutturati grazie ai fondi di Come noi, ma mancano i farmaci e la diagnostica di I livello. Chissà se entro il prossimo anno saremo in grado aiutare al punto tale da permettere ad un giovane medico senegalese di utilizzare addirittura un elettrocardiogramma portatile in caso di sospetta fibrillazione atriale.
Prima di ripartire alla volta di Saly, siamo andati a visitare anche la scuola residenziale per ragazzi difficili di Ndiebel, in uno dei villaggi rurali più lontani del centro del Senegal. Ci hanno accolto Pascal, della diocesi, e il parroco coordinatore della scuola. Dopo un pranzo semplice e tradizionale accompagnato dall’immancabile e squisito bissap, abbiamo fatto il giro dei locali, ricercando le criticità assieme agli elementi su cui poter insieme lavorare.
E presto è arrivato il tempo di tornare. Il viaggio di ritorno, in parte su pista nel deserto, ci ha permesso di parlare del futuro delle associazioni e su quanto sia importante continuare a dare il meglio, insieme. Abbiamo giusto fatto in tempo a dire che eravamo quasi arrivati, quando ci siamo imbattuti in un incidente e in una coda di tir e auto che ci ha fatto temere di non arrivare più. E invece siamo qui, a raccontarvi tutto.
L’Africa ha un ritmo tutto suo, che accoglie, culla, rallenta. Non è la prima volta che lo fa e non sarà certo l’ultima, ma il Senegal in compagnia di Stefania e Marco è stato un tuffo nell’oceano delle infinite possibilità di costruire insieme, con fatica ed entusiasmo, percorsi di cooperazione che fanno la differenza.